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Una geologia dell’amore in forma giocosa

 

Diciamolo subito, la pittura di Violeta Strimbeanu non è rappresentativa né descrittiva. Le sue tele sono fatti pittorici che non dimostrano, bensì fanno segno a qualcosa che avanza dallo spirito o emerge dall’inconscio.

Le gocce e i simboli Yin e Yang, presenti nel trittico, sono attinti a una mitologia privata dell’artista, e insieme alludono, più o meno consciamente, a un’antica sapienza che fa della goccia un segno universale. Nell’antico pensiero cinese i riflessi sulla superficie di una goccia d’acqua ispirano una geometria sacra. Nella stessa sapienza orientale, Yin e Yang indicano gli elementi della dualità: l’uno non può essere senza l’altro. Ognuno dei due elementi contiene il seme del proprio opposto, così ogni donna porta dentro di sé una parte maschile, e ogni uomo una parte femminile. Dalle interazioni delle figure, in perpetua ricerca dell’armonia, nascono il movimento e la vita nell’universo. 

 “Amatevi, ma non tramutate l’amore in un legame. Lasciate piuttosto che sia un mare in movimento tra le sponde opposte delle vostre anime”, recita Khalil Gibran.

 

Anche l’Occidente diede una narrazione insuperata al mistero dell’amore nel celebre dialogo di Platone: il Convivio o De Amore, con il racconto mitologico dell’Androgino e il discorso di Diotima.

 

Violeta Strimbeanu pare al di qua e al di là della filosofia: la passione amorosa è una maniera di entrare in sintonia con l’altro, anima e corpo. Una goccia cerca l’altra, e la trova soltanto riconoscendola, non tanto nell’accettazione della sua diversità, ma piuttosto nell’incanto erotico della sua assoluta alterità, oltre la differenza dei sessi, le diversità etniche e ideologiche, oltre le barriere create dalle fedi religiose o dal colore della pelle. Temi profondi e originari, tuttavia evocati con la leggerezza di un’arte pittorica che si richiama esplicitamente al gioco degli arabeschi e non esita a impiegare la policromia festante del mosaico.

Questo trittico è un’opera divisa in tre parti e al contempo un insieme di tre opere in qualche modo collegate. Anch’esso, senza essere una rappresentazione sacra, secondo la destinazione storica del trittico, è legato a una certa sacralità.

L’opera di Violeta Strimbeanu è il luogo della giustapposizione di tre episodi, nel senso musicale: i divertimenti dell’arte della fuga. Sono essi a ispirare la forma.

Qui la pittura non è priva di oscurità e di austera malinconia: i segreti della notte, della potente notte interiore. E nello stesso tempo ne è distante. Perché il grafismo giocoso e il labirintico corso avventuroso delle immagini la mascherano.

È bastato che emergessero delle energie e che queste affermassero le cadenze dei loro ritmi e il loro slancio lirico nelle tinte ben temperate per dare una coerenza all’insieme. 

Tutto trasale. Appare più leggero. E tutto sembra esitare fra il desiderio di affermarsi, fissarsi e il desiderio di spiccare il volo, sbocciare. Tutto palpita nella carne di queste gocce.

La sobria attenzione, che assicura una certa unità di tono e di respiro, è talvolta premiata da inattesi lampi e intervalli di armonia musicale. Questa pittura, rinunciando agli automatismi surreali, alle certezze ontotelogiche, al sublime della metafisica, ai dispositivi formalisti, si abbandona fiduciosa a composte e gioiose modulazioni ritmiche, al limite della decorazione. Resta un’avventura poetica della semplicità, una ricerca inesauribile dell’espressione giusta. In definitiva, ci fa pensare a una vocazione interiore e insieme impersonale, una condensazione accogliente e senza cerimonia nel suo teatro intimo, nella fedeltà all’ascolto. In definitiva sono le volontà più profonde della pittura che dettano il quadro. Violeta Strimbeanu lascia l’iniziativa al segno pittorico di mostrare ciò lei che non sa. 

 

Testo a cura di prof. Adriano Marchetti

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